"Isem: Una grande presentazione per un grande progetto"

Straordinaria
giornata di studi il 26
marzo al Cnr di Palermo in occasione della IV edizione del seminario
dedicato a Marcello Carapezza. Introducendo i lavori, Mario
Pagliaro ha
sottolineato come sia particolarmente gratificante che nel ventesimo
anniversario della scomparsa di Marcello Carapezza, il seminario a lui
dedicato
riguardi quest'anno il rapproto fra scienza e cultura. Un rapporto, ha
detto
ancora Pagliaro, che è stato al centro dell'intera
attività professionale del
professore Carapezza.
La
giornata è stata aperta dal senatore
Fabio Giambrone, segretario della Commissione "Ricerca" del
Senato. «Sono
particolarmente lieto di poter
porgere il saluto mio e della Commissione Ricerca del Senato della
Repubblica
in occasione di questa giornata che vi vedrà impegnati prima
con il seminario
dedicato a Marcello Carapezza e poi con la presentazione di questo
nuovo
istituto consortile.
«Vi
ruberò solo
pochi attimi.
«Come
sapete, i
giovani laureati italiani affollano i migliori dipartimenti scientifici
internazionali. Per un loro ritorno in Italia, ci
si affida giustamente
a programmi governativi di finanziamento e al rilancio della spesa
pubblica e
privata per le attività di ricerca; oltre che
all’introduzione di un sistema di
selezione basato finalmente sul merito.
«Noi
ci stiamo
provando. Come sapete, il ministro ha promesso consistenti aumenti
delle risorse
pubblihe per l’anno prossimo. Ed è ormai pronta a
partire – dopo vent’anni che
se ne parlava senza esiti -- l’Agenzia di valutazione della
ricerca. Ma c’è un
altro modo per creare un rinnovato interesse per la professione
scientifica e
per far sì che siano i laboratori e i dipartimenti italiani
ad attrarre giovani
talenti dall’estero: ed è quello, a mio avviso, di
coniugare la nostra
tradizione culturale e scientifica con
l’unicità della tradizione storica,
artistica e paseaggistica dell’Italia, e della Sicilia in
particolare.
«Questo
è, in un
certo senso, quello che faceva Marcello Carapezza: che seppe dialogare
con i
migliori intellettuali del suo tempo; e seppe attrarre in Sicilia
grandi
scienziati, italiani e stranieri, facendo in modo che per una volta
della
Sicilia nel resto d’Italia si parlasse per i suoi scienziati
e per i suoi
umanisti.Vedo che questo è quello che continua a fare il Cnr
a Palermo che
adesso, con questo nuovo istituto, entra in rete non solo con il mondo
accademico, ma anche con gli Enti locali e il mondo produttivo.
«Dovete
continuare a farlo. Perché per noi così
sarà più semplice, in Parlamento come
al Governo, sostenere la causa della ricerca e dell’alta
formazione che, come
sapete bene, lamentano da anni una cronica scarsità di
risorse.Ed è bello che a
vent’anni dalla scomparsa del professore Carapezza nasca a
Palermo una realtà
organizzata per la formazione culturale che potrà attirare
dall’estero giovani
di alta qualificazione. Ringrazio la presidenza del Cnr che ha compreso
l'importanza di questo progetto e vi auguro buon lavoro!».
«L'argomento
del vostro incontro di oggi -- ha
detto il
sottosegretario all'Università e alla Ricerca, On. Nando
Dalla Chiesa --
è di straordinario interesse. Per affrontarlo, io propongo
uno degli approcci
che mi sta a più cuore: quello del "ritardo
culturale".
«La
scienza, lo sappiamo, è il prodotto della cultura, ma ha un
passo molto più
rapido della cultura e della soceità.
Così, la scienza finisce per operare
da "apprendista stregone": incapace di controllare gli effetti delle
sue creazioni. Questo costante ritardo è uno dei grandi
misteri dello sviluppo
civile e sociale; ma noi dobbiamo attrezzarci per ridurre
questo divario perché
quando si esaspera abbiamo a che fare con effetti perversi.
«E
state attenti che quella del ritardo culturale non è una
teoria che si può
adattare alle società più arretrate, ma si
applica con successo alle più
evolute e raffinate delle società occidentali. Sono quindi
particolarmente
lieto che questo sia il tema di un seminario così importante
come quello che
organizza oggi il Cnr. E mi complimento con il Cnr e con i suoi partner
anche
per questo nuovo istituto: tanto per i contenuti che per la forma
innovativa
scelta per costituirlo. Il Governo non può che essere vicino
ed appoggiare
fortemente lo sviluppo di iniziative di questo livello».
Il
seminario è
stato dunque aperto dalla relazione del professore emerito
Jean-Marc
Lévy-Leblond dell'Université de Nice
con un intervento dal titolo «(Ri)mettere
la scienza in cultura. Dalla crisi epistemologica
all’esigenza etica».
«Il
miglior modo di comprendere la situazione attuale della scienza -- ha
esordito
Lévy-Leblond -- è senza dubbio quello di tornare
sul cammino percorso in
qualche decennio. Se provo a rimettermi nella posizione del giovane
ricercatore
che ero trent’anni fa, resto sgomento
dall’ottimismo del tempo. Noi non
dubitavamo né che la scienza potesse risolvere nel breve
termine le serie
difficoltà teoriche delle sue discipline di punta come la
fisica delle
particelle, né che essa avrebbe risolto i gravi problemi
concreti dell’umanità,
ad esempio in tema di salute (era l’epoca del programma
nixoniano della “guerra
contro il cancro”); e ancor meno dubitavamo che il
suo sviluppo sarebbe
continuato con risorse umane e materiali sempre più ampie.
Oggi bisogna
riconoscere come tutte queste attese sono state vanificate. La scienza
soffre
d’una forte perdita di credito, in senso
proprio come in senso figurato:
il suo sostegno politico ed economico, come la sua reputazione
intellettuale e
culturale conoscono una grave crisi.
«Davanti
alle incertezze che pesano sull’avvenire della scienza, si
susseguono le
deplorazioni e le lamentele che ne attribuiscono la
responsabilità tanto ai
dirigenti politici che non comprenderebbero (più?)
l’importanza della
ricerca fondamentale per lo sviluppo economico, che al pubblico profano
che si
sarebbe ormai infatuato di una vaga
’“antiscienza” e
dell’irrazionalismo che
minacciano il posto delle conoscenze scientifiche nella nostra cultura.
«E’
dunque divenuto frequente ascoltare gli ardenti sostenitori di uno
sviluppo più
ampio e più coerente della “cultura
scientifica” o, nel mondo anglo-sassone,
della “public understanding of science”.
Tutto a un tratto, ci
comportiamo come se fosse in gioco in questa questione una pura
questione di
comprensione delle conoscenze: “public
understanding” ; detto in altre parole,
ci persuadiamo che se la massa dei nostri concittadini non
approvano e
non appoggiano più abbastanza (rispetto a prima) lo sviluppo
della scienza, ciò
è dovuto al fatto che non la comprendono.
Ma forse faremmo meglio a
comprendere che non si tratta soltato di una questione di sapere, ma
prima di
tutto di una questione di potere.
I nostri concittadini non si preoccupano soltanto di
comprendere le
manipolazioni genetiche o l’energia nucleare, ma vorrebbero
avere la sensazione
che possono agire sul loro sviluppo, scegliere gli orientamenti della
ricerca,
esercitare cioè il loro potere di decisione sullo sviluppo
della tecnoscienza.
Detto in altro modo, la questione che si pone non è nulla di
meno che la
possibilità di un’estensione della democrazia alle
scelte tecniche e
scientifiche — di cui bisogna pur riconoscere che si
sottraggono largamente
alle procedure democratiche .
«La
mia seconda perplessità è questa: nel mettere
l’accento sulla “public
understanding of science”, noi lasciamo automaticamente
credere che vi sia da
un lato il pubblico, i profani, coloro che non sanno, e
dall’altro lato noi,
gli scienziati, quelli che sanno — i
“sapienti”, come si diceva una volta e
come si pensa ancora, anche se non si osa più dirlo. Ora,
una delle
caratteristiche profonde della situazione attuale è che questo
iato non
esiste. Noi scienziati non siamo fondamentalmente diversi dal
pubblico,
salvo che nel dominio di specializzazione estremamente ristretto in cui
operiamo. Di fronte ai problemi delle manipolazioni genetiche o della
clonazione, ad esempio, io sono esattamente — o quasi
esattamente — nella
medesima situazione di un profano. Lo stesso nel caso
dell’energia nucleare, la
mia competenza professionnale di fisico, se da un lato mi permette di
apprezzare i pericoli della radioattività, non mi chiarisce
certo i rischi
delle centrali nucleari industriali, che sono sono questioni di
idraulica e di
cemento più che di struttura del nucleo atomico! Bisgona
finirla con questa
rappresentazione ereditata dal diciannovesimo secolo secondo la quale
ci
sarebbero da un lato gli scienziati muniti di un sapere generale e
universale,
e dall’altro un pubblico ignorante e indifferenziato al quale
si dovrebbe
trasferire questo sapere . Noi, gli scienziati, dobbiamo cominciare a
fare atto
di modestia, e riconoscere che i nostri saperi sono fortemente limitati.
«Ma
la cosa più grave forse nel processo di de-acculturazione
della scienza si
situa all’esterno della ricerca scientifica,
all’interfaccia fra il milieu
scientifico propriamento detto e la società in
senso lato. In questo campo,
mi accontenterò di fare qualche esempio particolare, ma
facilmente
generalizzabile. Poiché parliamo di cultura, dunque di
memoria, senza dubbio
bisogna, in questo inizio di secolo, far ritorno al passato e non
dimenticare
certi discorsi tenuti dagli scienziati. Noi, i fisici, abbiamo un certo
vantaggio sui ricercatori di altre discipline, in particolare i
biologi, che
oggi occupano il primo piano nella ricerca. Vale la pena, in
particolare,
rileggere ciò che alcuni fisici avevano promesso alla
metà del ventesimo
secolo, e tracciare un parallelo fra gli annunci fatti a
quell’epoca in nome
della fisica, e quelli fatti oggi dalla biologia. Veniva ad esempio
predetta la
sovrabbondanza e la gratuità dell’energia,
grazie al nucleare. I
giornali di divulgazione dell’epoca affermavano molto
seriamente — sulla base
delle dichiarazioni degli specialisti! — che prima della fine
del secolo,
ciascuno avrebbe avuto a disposizione un piccolo reattore nucleare
domestico,
incluso per la propria automobile (sic), che la fusione termonucleare
sarà
padroneggiata su grande scala ecc. Ne siamo evidentemente ben lontani.
«Per
venire alla biologia, bisogna rileggere i proclami fatti al volgere
degli anni
’60 al momento del grande programma Nixon della
“guerra contro il cancro” e
constatare, anche qui, che quaranta anni dopo il problema è
lontano dall’essere
risolto. Quanto alle prospettive abbondantemente sviluppate oggi delle
terapie
geniche e altri miracoli della bioingegneria futura, qualche prudenza
sembra
essere opportuna. la società guarda alla memoria
delle promesse fatte dalla
scienza e non può che constatare il loro carattere spesso
fallace.
«Si
vede dunque che le debolezze della scienza contemporanea riguardano non
solo la
sua salute epistemologica ma anche la sua dimensione etica.
Anche la
situazione attuale richiede una modifica profonda delle pratiche della
ricerca
— della professione scientifica. Diventa allora urgente
ricomporre i mestieri
scientifici, di riattribuire a ciascuno il compito di produrre del
sapere e di
condividerlo. Serve quindi che la formazione di questi scienziati li
metta in
grado di adempiere ad questi altri compiti. E ancora serve che non
confondiamo
la condivisione del sapere scientifico con la promozione
d’immagine del marchio
della scienza. Poiché molte delle iniziative di diffusione
scientifica, in
partenza perfettamente lodabili, condotte oggi nel nostro Paese ma
anche a
livello europeo, tendono ad avere un aspetto essenzialmente apologetico
e propagandista.
«Non
può esserci un’autentica “messa in
cultura” della scienza che non metta al
primo posto il suo aspetto critico. Ma prima di
tutto, ci serve mettere
a punto degli strumenti nuovi di formazione dei ricercatori in modo da
tale da
riconnetterci con le antiche pratiche negli altri domini. I compiti con
i quali
devono confrontarsi oggi nella pratica del loro mestiere, e le
responsabilità
sociali che non possono più ignorare, richiedono ormai che
essi abbiano una
concezione vasta dell’attività scientifica.
«Ora,
l’Europa è particolarmente ben
predisposta da questo punto di vista . E’
una specificità della cultura europea quella di avere un
accesso immediato ad
un passato ancora fecondo che non hanno o più delle
società di oltre-Atlantico
o d’oltre-Pacifico. Questa fecondità e questa
complessità che fanno la nostra
ricchezza, io le risento per esempio ogni volta che vado a Roma,
andando subito
a salutare Giordano Bruno al Campo dei Fiori, prima di recarmi a Santa
Maria
degli Angeli : è nel 1600 che Bruno è stato
bruciato dall’Inquisizione, ma un
secolo dopo, nel 1700, la Chiesa fa tracciare sul pavimento di Santa
Maria
degli Angeli una superba meridiana, che è uno dei grandi
strumenti
dell’astronomia di quest’epoca . Abbiamo
là sotto gli occhi un esempio della
complessità storica dei rapporti fra scienza e
società. Chi passeggi sulla gran
piazza di Praga e vi incroci Keplero, Boltzmann e Einstein, o vada a
Parigi
dalla tomba di Cartesio a Saint-Germain des Prés al
laboratorio dei Curie sulla
montagna Sainte-Geneviève passando
dall’École polytechnique e
dall’École
normale supérieure e dopo dal Panthéon e dal suo
pendolo di Foucault, fa
un’analoga esperienza.
«E
quale luogo -- ha concluso Lévy-Leblond -- più
emblematico ancora di questa
Sicilia, ombelico del mondo mediterraneo, dove Archimede
abita ancore le
rovine dell’antica Siracusa, dove Federico II si nutriva
della cultura araba e
ne condivideva le matematiche con Leonardo da Pisa, alias Fibonacci,
dove visse
Majorana, e dove voi create oggi questo istituto innovatore,
che, a sì
giusto titolo, vuole coniugare la ricerca scientifica con la
riflessione sui
suoi metodi e la sua etica?».
«Per
chi cerca di fare informazione su cultura e scienza attraverso i
giornali -- ha
aggiunto il giornalista de Il Sole 24 Ore
Armando Massarenti
-- non si tratta davvero di un compito facile. Tuttora lo spazio
dedicato dalla
stampa italiana a scienza e filosofia è pressoché
inesistente. La cultura
italiana è largamente antisicientifica, per cui
dedicarvi una pagina come
fa Il Sole 24 Ore della domenica significa fare una
cosa contro
corrente. A differenza del pregevole inserto settimanale
"Tuttoscienze" de La Stampa noi mettiamo dunque la
scienza
all'interno della cultura.
«Una
delle argomentazioni che si avanzano per giustificare questa situazione
è che
la scienza sarebbe complessa. Ma poi accanto alla pagina con l'articolo
dedicato alla scienza trovate una pagina di letteratura
complicatissima, piena
di raffinati riferimenti noti ad una ristretta élite
di lettori!...
«Nel
dibattito pubblico italiano non è mai
chiaro il ruolo degli scienziati.
In America o nel Regno Unito c'è un panel
di scienziati che vengono
consultati dai Governi di quei Paesi ogni volta che desiderano
conoscere
l'opinione su un determinato tema della comunità
scientifica. In Italia no. Il
clima è molto pesante. Come prova ad esempio la composizione
del Comitato
nazionale di bioetica, fatto da uno scienziato e da venti fra giuristi,
filosofi, sociologi eccetera eccetera.
«Io
sono d'accordo puntualmente con la relazione di
Lévy-Leblond: noi non siamo scientisti,
ma in Italia c'è una situazione particolarmente difficile.
Da noi, l'etica è
vista come antitetica alla scienza.
«Per
fare un solo esempio, quello del referendum sulla fecondazione
assistita.
L'Accademia dei Lincei ha impiegato 6 mesi a produrre un documento
condiviso,
peraltro assai prudente. Alla presentazione si è alzato dal
pubblico una
persona e ha gridato: "Nazisti!". Oppure
l'incredibile vicenda
della commissione sull'evoluzionismo presieduta da Rita Levi Montalcini
nominata dal precedente Governo. Come se ancora ci fosse bisogno di
discutere
la scientificità della teoria evoluzionista.
Avrebbero potuto nominare
anche me perché non c'è veramente nulla da
discuetere.
«Dopo
mesi di lavori, la Commissione ha prodotto un documento che ancora oggi
giace
nei cassetti del ministero. Appena ricevuto al Ministero, qualcuno ha
cominciato a modificarlo apportando le correzioni di proprio pugno come
abbiamo
visto su Micromega che lo ha pubblicato con le
correzioni. Questa
incredibile vicenda è emblematica del clima che si respira
in Italia attorno
alla scienza.
«Lo
stesso modo in cui Feyerabend -- cui voi intitolare
il vostro Master --
è stato divulgato in Italia lo dimostra. Il pensiero di
Feyerabend, che pure è
di enorme profondità, è stato banalmente
strumentalizzato come antiscientifico.
Noi invece dobbiamo dare dignità sociale alla scienza.
Trasmettere alle
classi dirigenti che si tratta di un'attività
intellettuale meravigliosa
che ci svela le origini di innumerevoli fenomeni e ci fornisce
soluzioni a problemi
pratici con i quali pure dobbiamo fare i conti.
«Certo,
per tornare a Lévy-Leblond, bisogna smetterla con l'idea che
gli scienziati
siano i sapienti e i profani un insieme di ignoranti da acculturare.
Eppure,
pensateci: basta dire "Cibo di Frankenstein" perché la gente
capisca
che si tratta di veleni preparati dagli scienziati in laboratorio. Di
nuovo, è
l'idea socialmente condivisa che la scienza sia una cosa pericolosa da
controllare
e da cui difendersi. Quindi, occorre fare un lavoro molto
più creativo --
come dice Lévy-Leblond -- per comunicare il senso dell'impresa
scientifica; e non solo per informare il pubblico.
«Infine,
vorrei lanciare un appello perché si inseriscano i classici
della scienza fra i
classici da leggere per tutti gli studenti. Rileggere oggi Galileo --
che fu
oltre che un immenso scrittore -- servirebbe a tutti. Oppure penso a
Poincaré e
al suo La Scienza e l'ipotesi: un libro
meraviglioso che mostra chiaramente
come la scienza sia in realtà un grande serbatoio di
classici da riscoprire».
Alle
relazioni
hanno fatto seguito le osservazioni del pubblico. «All'Università
-- ha detto quindi Marco Carapezza
dell'Università di Palermo --
abbiamo adottato i numerini per le riviste e puntato sulla
produttività. Ma
Hegel in vita sua scrisse quattro libri; e Wittgenstein, uno. Per
difendere la
scienza noi dobbiamo illustrarla. Noi abbiamo
adottato il criterio che
la filosofia sia argomentativa; cioé insistiamo con gli
studenti che i loro
scritti siano comprensibili e dunque criticabili come avviene agli
articoli
scientifici. Ma non tutti fra noi adottano questi criteri: ed esistono
testi
filosofici che semplicmente non si comprendono. Certo, non dobbiamo
essere scientisti.
Ma come commentare il fatto che in questo Paese un grande partito
nazionale
adottò -- semplicemente adottò -- la cosiddetta
"cura Di Bella" dei
tumori senza che essa avesse alcun fondamento scientifico? Se una cosa
come
questa è potuta accadere, capiamo chiaramente quale sia lo
status e la
credibilità pubblica della scienza nel nostro
Paese».
«Dobbiamo
far rientrare la scienza nella cultura -- ha aggiunto Arturo
Russo,
docente di fisica dello stesso Ateneo -- tenendo presente che in Italia
non esiste
nemmeno una cattedra di "Politica della Scienza". In Francia, ad
esempio, esistono interi istituti che sono in grado di elaborare
proposte e
analisi che poi orientano le decisioni politiche tanto nell'allocazione
delle
risorse che nella scelta dei programmi di ricerca».
«Abbiamo
troppa fretta -- ha aggiunto il docente di matematica Marco
Pavone -- I
nostri studenti vogliono avere subito tutte le risposte e le cercano su
Internet. Invece biosgna fare passare nuovamente l'idea che lo
studio e la
scienza richiedono tempi lunghi. Anni di studio e di
dedizione al lavoro
per conquistare i risultati che a volte prendono un'intera vita
professionale».
«Ma
è anche una questione di linguaggio, ha replicato Leonardo
Palmisano, docente
a Ingegneria. Dobbiamo essere in grado di usare un linguaggio semplice
e
accessibile. Per me, la scienza semplicemente coincide con
l'etica. Sono
molto drastico: quello che non è etico non è
scientifico. Ma per esperienza
personale, posso dire che ogni volta che siamo in grado di usare un
linguaggio
semplice e non per iniziati allora i ragazzi e le persone ci seguono.
Capiscono
quello che stiamo dicendo e facendo».
Dopo
un coffe
break offerto dal Cnr alle centinaia di partecipanti, la giornata
è proseguita
con la presentazione dell'Institute for Scientific Methodology, il
costituendo
consorzio fra Cnr, Confindustria Sicilia, Comune di Bagheria e
Università di
Palermo.
«Siamo
qui come facilitatori -- ha detto il sindaco di Bagheria Biagio
Sciortino --.
Insieme ad una grande tradizione artistica, Bagheria ne ha una grande
anche in
campo scientifico: il matematico Bagnara o l'oculista Cirrincione, solo
per
citare due scienziati bagheresi. Abbiamo voluto offrire una vetrina
internazionale come Villa Cattolica, sede del Museo "Guttuso",
perché
crediamo fortemente in questo progetto. E sono particolarmente contento
che ci
sia qui Marco Carapezza -- figlio del grande Marcello -- con il quale
abbiamo
spesso discusso tanto di Guttuso e della sua arte che di sviluppo
locale e
cultura. Noi agiamo sempre come facilitatori: abbiamo a Bagheria la
sede di
Metropoli con il quale, di nuovo, agiamo per mettere in rete risorse,
persone e
conoscenze per creare un territorio allargato capace di soddisfare
meglio i
bisogni della cittadinanza e di aprire nuove prospettive di sviluppo.
Entrare
in rete con tutti e a ogni livello. Ringrazio il Cnr e il dottor
Pagliaro per
averci dato questa possibilità alla quale guardiamo con
entusiasmo».
«Oggi
-- ha aggiunto il vice presidente della Confindustria per il
Mezzogiorno, Ettore
Artioli -- è diventato imprescindibile dialogare
con i soggetti capaci di
creare innovazione, come evidentemente fa il Cnr. Puerché
credibile, ogni
opportunità nuova è da noi benvenuta: abbiamo
aderito convintamente all'Isem
perché crediamo che se riusciremo a strutturare meglio
l'organizzazione
dell'innovazione, allora torneremo ad essere vincenti sui mercati
internazionali sui quali, evidentemente, non possiamo competere su
costi che da
noi sono e resteranno incomprimibili. Per fare un esempio semplice ma
importante: se oggi voi trovate il cannolo siciliano negli aeroporti di
tutto
il mondo, è perché sono riusciti a realizzare un
sistema affidabile di
conservazione del gusto. Pensate invece a quanti prodotti
enogastronomici della
nostra terra non riescono ad accedere ai mercati internazionali solo
perché non
si è riusciti ad affianare le tecniche che consentono di
conservara la
freschezza del gusto originale».
L'osservatore al centro
«Un
grande scienziato come Francisco Varela -- ha aggiunto Ignazio
Licata,
condirettore scientifico dell'Isem -- diceva che noi siamo costruttori
di
mondi. Riportare l'osservatore al centro dell'attività
scientifica significa
quindi anche riscopire la centralità del milieu sociale
e culturale alla
base dell'intrapresa scientifica. Una volta che si comprenda come
l'epistemologia sia una cassetta degli attrezzi sempre aperta in cui
non
esistono risposte definitive, capiamo come di fronte alle continue
emergenze
scientifiche e tecnologiche, c'è bisogno di
interdisciplinarietà: di integrazione
di conoscenze e competenze. E queste saranno i caratteri distintivi
dell'opera
dell'Isem».
«L'Isem
-- ha concluso Mario Pagliaro, coordinatore del
consorzio -- ha tre
gambe. Ricerca, formazione e acculturazione del territorio. La ricerca
sarà orientata all'innovazione: alla ricerca cioè
di soluzioni pratiche a
esigenze del mondo produttivo locale e nazionale. Il seeding
culturale del territorio riguarderà qualsiasi
iniziativa culturale che
riterremo degna dell'interesse dei cittadini, e quindi non solo le
scienze. Ad
esempio, a maggio abbiamo già in programma la presentazione
del romanzo Maqeda
di Salvo Sottile. Per la formazione, il Master
"Feyerabend" è
rivolto tanto ai manager che agli scienziati. Faremo formazione della
classe
dirigente fornendo agli uni conoscenze scientifiche di alto livello sul
senso,
le prospettive e le conseguenze dell'impresa scientifica; e agli altri
quegli
elementi della comunicazione e del management che ne facciano autentici
operatori di innovazione culturale e scientifica. Seguiteci -- ha
concluso
Pagliaro --: vi terremo informati in modo puntuale e non
episodico».